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Il muro in opera quadrata, visibile in via della Collegiata e un iscrizione che cita la Fortuna ritrovata nei pressi, hanno permesso agli storici, fin dal XVII secolo, di affermare che questa chiesa fu edificata sui resti di un tempio dedicato alle dee Diana e Fortuna.
 foto Gino Ricci I numerosi reperti, rinvenuti anche durante i lavori di sistemazione della piazza del 1841, in parte ancora utilizzati per l’arredo di questo luogo, sembrano confermare la presenza su questa area, in epoca romana, di un edificio pubblico, del quale però non si è in grado di stabilire con certezza la funzione. Della chiesa non si conosce l’epoca di costruzione.
La sua forma attuale è il risultato di una ristrutturazione operata nei primi anni del XVII secolo. L’edificio a destra della chiesa è un oratorio della confraternita del Gonfalone, eretto nel XV secolo.
All’ interno della chiesa si conserva, oltre ai quadri del redentore, della Pietà e della Madonna del Rosario del XVI secolo e al tabernacolo in legno dorato del XVIII secolo, il prezioso candelabro pasquale.
L’analisi stilistica data questo candelabro agli inizi del XII secolo, riconoscendolo come un prodotto di quella scultura preromanica ancora capace di raggiungere un’unica organica tra le parti e caratterizzata da un trattamento delle superfici e dei particolari successivo alla definizione della plastica complessiva.
 foto Gino Ricci Queste considerazioni, insieme alla particolare elaborazione degli elementi bizantineggianti presenti nel candelabro, come il giglio collocato nella zona d’ incontro dei corpi dei due animali, permettono di individuare in quell’area, che da Salerno a Gaeta, ruotava intorno all’abazia di Montecassino, la zona di provenienza del candelabro, ricca di rapporti con l’Oriente.
In quest’area la liturgia pasquale attribuiva un importanza tutta particolare al candelabro: ogni suo elemento, come rotoli figurati che venivano appesi accanto al cero, dovevano aiutare i fedeli a capire il significato della liturgia.
La forma a colonna, mantenendo le valenze che gli erano attribuite già dall’antichità, esprime il tema principale: la glorificazione del Grande Imperatore, il Cristo Risorto.
Ogni altro elemento contiene un proprio significato, di volta in volta connesso ai vari momenti della liturgia. Il particolare trattamento del fusto, a quattro colonne tortili, gli conferisce la struttura di un ciborio, che secondo l’iconografia medioevale rappresenta il Santo Sepolcro, il centro degli avvenimenti pasquali, il luogo di quella vittoria sulle forze infernali, espressa nei due leoni sottomessi alla colonna-trono del Vincitore. Di questa vittoria, della nuova era tutta la terra gioisce : felicità e fecondità sono rappresentate dagli alberi e dagli animali che decorano il tamburo; scomparso l’odio e cantata la vittoria, animali domestici e bestie feroci pascolano insieme: l'antica gioia pagana per il miracolo della primavera, che già allora presa
A simbolo di una nuova era veniva espressa in decorazioni floreali, come nell’Ara Pacis, che rivive nella Pasqua cristiana, dopo che questa ha assimilato forme e simboli pagani all’ interno della propria liturgia.
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